Plinio Martini

 Plinio Martini e la Valle Bavona

di Ilario Domenighetti

Grazie a Plinio Martini la Valle Bavona è diventata anche un luogo letterario, poiché in questa valle lo scrittore ha ambientato buona parte dei suoi due romanzi di maggiore successo. Chi ha letto Il fondo del sacco non potrà ad esempio sostare a Roseto o salire all’alpe di Sologna senza idealmente situarvi Maddalena e il suo struggente amore per Gori, o percorrere la valle senza alzare gli occhi alle opprimenti pareti rocciose e riandare con la mente alle fatiche degli alpigiani, unici e isolati abitatori per secoli di una valle dall’orografia inospitale ma da cui riuscivano incredibilmente a trarre sostentamento:

la nostra vita: la primavera e l'autunno nelle terre [villaggi] di Val Bavona e l'estate sui monti e sugli alpi, distanti ore uno dall'altro, meno quelli che si fermavano in basso per i fieni. Per tutto il tempo della buona stagione in Val Bavona era un continuo stentare lungo la mulattiera e su per i sentieri degli alpi, dal paese alle terre, dalle terre ai monti, da un corte all'altro, da una cascina scomoda a un'altra peggio, uno scalino dopo l'altro fin sugli ultimi pascoli, dove le vacche ruminavano più licheni che erba, dove un uomo può sentirsi solo da piangere, che per arrivarci, allora, ci volevano dieci ore di torcicollo sotto i carichi (p. 25).

 

 

A chi invece avrà letto il Requiem per zia Domenica, una volta giunto a Sonlerto verrà spontaneo volgere lo sguardo poniamo alla campagna circostante vagheggiando un qualche «sogno di agresti amori» (p. 124), come quello fiorito fra Marco e Giovanna, con i loro stratagemmi per eludere la sorveglianza bigotta della ieratica e devotissima zia Domenica, figura possente di rusticana spiritualità (religiosa); oppure non potrà non indugiare, come fa l’autore, sulla piazzetta di Sonlerto:

 

con la sua bella forma di ciotola riscaldata dal sole, donatale dalle scale condiscendenti dal primo piano al pianterreno delle casette che la chiudevano in quadrilatero, un lato essendo però tutto occupato dalla facciata dell’oratorio: rimanendo così, di piazza vera e propria, pochi metri quadrati di selciato, e tutto in giro quel salire di gradini come un anfiteatro in miniatura, sui quali tutti potevano trovare da sedere, ciascuno scegliendo la pietra più adatta alla propria stanchezza (p. 133).

 

 

Plinio Martini nasce a Cavergno il 4 agosto 1923 e nello stesso villaggio muore il 6 agosto 1979, a 56 anni, dopo due anni di malattia. Scarna di eventi salienti la sua biografia: maestro di scuola, ha vissuto e quasi sempre insegnato a Cavergno (nell’ultimo tratto della sua vita ha insegnato a Cevio, quando vi sono state assemblate le scuole medie dell’intera valle). Tra il 1950 e il 1955 Martini pubblica unicamente poesie, dal 1956 anche dei racconti, che comunque rimangono numericamente inferiori rispetto all’attività saggistica, la quale ha inizio nel 1957, con la pubblicazione di un articolo sin dal titolo indicativo della sua concezione della vita e della storia della valle d’origine: «Valmaggia sfortunata» (Nessuno ha pregato per noi, pp. 55-62). La consacrazione come scrittore avviene nel 1970, anno di pubblicazione de Il fondo del sacco, seguito nel 1975 dal secondo romanzo, Requiem per zia Domenica. Con Il fondo del sacco Plinio Martini scrive il romanzo di uno scrittore svizzero-italiano più letto nei 500 anni di storia della Svizzera-italiana. Ora, il potente ritratto romanzesco che Plinio Martini è riuscito a dare della Valle Bavona non nasce soltanto dalla sua assidua frequentazione della valle sin da bambino, ma è soprattutto il risultato di tante riflessioni e dei molti studi che a questa valle ha dedicato nel corso di tutta la sua vita, la maggior parte dei quali sono stati riuniti, a vent’anni dalla sua morte, nell’antologia postuma Nessuno ha pregato per noi. Sono studi che hanno conservato tutta la loro freschezza e attualità, quasi una lettura indispensabile per chi voglia visitare la valle andando oltre il romantico senso del ‘dilettoso orrore’ e del sentimento perturbante che suscita a prima vista l’orografica conformazione della Valle Bavona. Scrive Martini in un passo della raccolta appena menzionata:


Forse il turista che si ferma ad ammirare le terre bavonesi, resta colpito soprattutto dal colore delle case, le cui mura ospitano volentieri il verde musco, l'asplenio e il capelvenere, quando non sono cespi di fiori gentili: fatto insolito e gradito a chi viene dalle città, di cemento e d'asfalto. E, certo, i villaggi bavonesi, nati e cresciuti senza metro e senza disegno, nel modo più spontaneo, s'inseriscono con grazia perfetta nel paesaggio che li circonda: non soltanto per il loro colore, che ripete quello delle rocce circostanti, ma anche per la forma, perché le case si aggruppano e si dividono secondo le gobbe e gli avvallamenti del terreno, secondo il vento e il sole, cercando di evitare il pericolo sovrastante delle frane e dei torrenti che con poche ore di pioggia si trasformano in fiumi impetuosi; invece che affrontare le asperità ambientali, cercano di evitarle o di sfruttarle con la legge del minimo sforzo, e così il masso preesistente diventa cantonata, la grotta naturale è subito trasformata in legnaia o cantina. È una lezione d'umiltà.
Ma l'architettura di Val Bavona è prima di tutto l'espressione di una civiltà rude, e tuttavia gentile, nata in condizioni ambientali durissime, dove la fatica di vivere era al limite della sopportazione umana (p. 250).

Come si vede, in Martini il rilievo estetico (raro, del resto) non è mai fine a se stesso, ma culmina sempre nel rilievo antropologico, finalizzato a mostrare il travaglio e anche l’ingegnosità di coloro che questa valle l’hanno colonizzata rendendola in qualche modo per secoli abitabile e agronomicamente sfruttabile, nel quadro di un’economia quasi tutta di sussistenza.
Invece al turista in vena di trekking, al turista cioè più intraprendente e allenato che dovesse inerpicarsi lungo gli erti e spesso invisibili sentieri che salgono lungo i fianchi pietrosi della valle, non dovrà sfuggire l’immane lavoro di ingegneria alpestre di cui gli antichi alpigiani si sono fatti carico per raggiungere i loro maggenghi e, più in alto, i loro alpi:

Chi non conosca di vicino le nostre montagne è impossibile che si renda conto della somma di lavoro che fu necessaria per la costruzione dei sentieri alpestri. Sono chilometri di mura di sostegno, decine di migliaia di gradini; nei punti più difficili occorreva scavare il sentiero nella roccia, o costruire dei ponticelli con travi di larice (cunscèda). Per questo lavoro gli uomini dovevano stare pericolosamente appesi alle corde. Ma non c’erano soltanto i sentieri degli alpi, le strade delle vacche, come erano chiamati. Occorreva pure costruire cento altri sentieri minori, per le capre, per le scorciatoie, per i medari, per raggiungere le cenge possibili, in modo che fosse sfruttato fin l’ultimo filo d’erba; i cacciatori ritrovano questi manufatti ovunque, e ovunque, nei punti obbligati dalle nostre montagne, si ritrovano dei gradini scavati nella roccia, con pazienza infinita. I ponticelli gettati sopra i riali di solito erano legati con corde di ferro perché le buzze non li trascinassero a valle; d’inverno si levavano, perché non fossero travolti dalle valanghe (pp. 193-4).

Quanto letto basterà per comprendere come Plinio Martini abbia esplorato ogni angolo della Valle Bavona, recensito ogni spazio e manufatto, ma soprattutto come abbia saputo mostrarci i segni, di primo acchito invisibili (ma tuttora ancora ben visibili all’occhio non svagato), del travaglioso e coraggioso cammino di tante generazioni che in quell’ambiente ostile e periglioso si sono succedute nel corso di una quasi immobile storia millenaria:

la bellezza delle valli alpine è dovuta soprattutto alla presenza continua confortante dell'uomo e della sua secolare fatica che ha costruito strade, sentieri, cascine; ha dissodato campi prati e pascoli, creando oasi di pace nei luoghi più selvaggi; ha strappato l'abete o l'ontano per sostituirvi il castagno e il noce, modellando un paesaggio che ci commuove e che noi vorremmo fosse salvato (p. 247).

Opere citate di Plinio Martini:
P. Martini, Il fondo del sacco, Bellinzona, Casagrande, 1970
P. Martini, Requiem per zia Domenica, a cura di Ilario Domenighetti, Locarno, Dadò, 2003
P. Martini, Nessuno ha pregato per noi, a cura di Ilario Domenighetti, Locarno, Dadò, 1999

Altre opere in volume di Plinio Martini:
P. Martini, Paese così, Locarno, Carminati, 1951
P. Martini, Diario forse d’amore, Locarno, Carminati, 1953
P. Martini, Delle streghe e d’altro, a cura di Alessandro Martini, Locarno, Dadò, 1979
P. Martini, Corona dei cristiani, a cura di Alessandro Martini, Locarno, Dadò, 1993.